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I rischi di un'impresa come quella affrontata da Lucio Russo in questo singolare libro sono molteplici. Quando se ne è consapevoli (come sembra essere il caso dell'Autore) occorre quindi, innanzitutto, del coraggio; poi, per trarsene fuori, occorre prudenza e perizia. Occorre inoltre la capacità di non essere sedotti dalla riuscita stessa della propria impresa, onde non fare la fine di Orfeo.
Confesso che alla lettura di questa opera di Russo mi ero accostato con diffidenza, quella diffidenza che molti analisti (seguendo Freud) pur ambivalentemente nutrono per ciò che può sapere troppo di filosofia. Si aggiungeva inoltre la mia personale diffidenza per la psicoanalisi applicata, nonché per la psicoanalisi oggetto di applicazione (mi veniva da dire di appropriazione).
Le “puntualizzazioni” — nel senso di discorsi non generici — dell'Autore hanno però via via fugato le mie remore. Mi limito a citare a questo proposito il seguente passo: “Nietzsche e Freud introducono nel metodo di ricerca la disillusione sotto la forma di un postulato sull'origine. Essi ipotizzano che i sentimenti di mancanza avvertiti dal soggetto nelle varie forme rappresentative in cui egli si esprime (incertezza e carenza nei testi da interpretare, momenti di dubbio nella fede in un ideale, aspetti di insicurezza più o meno profonda nei legami amorosi) non possono essere considerati, come fa la metafisica, solo fenomeni da superare attraverso sintesi ed unioni superiori. Queste lacune, percepite e sentite come mancanze, sono essenziali alla verità dell'essere umano, la cui origine è la divisione dell'Uno in due entità separate”.
Non è possibile seguire l'Autore negli sviluppi dettagliati del tema, che si susseguono in sei appassionanti capitoli. Li nomino qui di seguito, riservandomi