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Nel 1974, esattamente dieci anni fa, sulla Rivista di Psicoanalisi vennero pubblicati i contributi del XIII Convegno Scientifico della Società Psicoanalitica Italiana sul tema dell'interpretazione. L'interpretazione fu allora trattata in varie direzioni da E. Gaddini, G. Corradi, G. Hautmann, S. Manfredi, L. Nissim. I loro scritti, tutti assai interessanti e ancora attuali, trovarono un momento di aggregazione attorno al celebre articolo di Strachey del 1932 sulle interpretazioni mutative. Vorrei riallacciarmi idealmente a quei contributi per riprendere a mio modo e in questa sede il discorso.
Poiché l'intervento dell'analista, la sua attività di terapeuta-interprete, rappresenta uno dei momenti più tipici in cui si gioca la coppia continuità-discontinuità nel corso della cura, una riflessione su questo tema teorico e clinico di inesauribile complessità trova motivo di essere esposta in questo Congresso. Va da sé che una valutazione dell'interpretazione in psicoanalisi richiede che venga fatto un bilancio — il quale non può essere che esso stesso interpretativo — del posto assegnato da Freud all'interpretazione. Il lascito freudiano, per non essere liquidato semplicisticamente, come talvolta si sente fare, richiede di essere inteso nella sua complessità.