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Due anni fa (1984) per il VI Congresso Nazionale della S.P.I., affrontando la questione della bipolarità continuo-discreto nel cambiamento, avevo proposto che il dolore mentale fosse collegabile all' iperinvestimento narcisistico del Sé corporeo e delle sue compromissioni, come difesa nei confronti dell'esperienza di minaccia all'esistenza di sé, per la possibilità di sentirsi disperdere nell'infinito o annullare nella adimensionalità (angosce di base) (Hautmann, 1984).
La radice di questa formulazione sta nel mio interesse per le questioni psicogenetiche e per i problemi del pensiero così come possono essere impostati dall'osservatorio della stanza d'analisi. I miei interlocutori per questo argomento e le sue diramazioni erano stati particolarmente Bion ed alcune tesi di Eugenio Gaddini con cui alcuni di noi ebbero ad occuparsi di dolore mentale già nel ′78, in uno dei cosiddetti “seminari multipli” che Gaddini condusse e di cui io riferii nella Rivista di Psicoanalisi (1978).
Nell'estate dopo il Congresso avviai un approfondimento del tema, specie a partire dalle formulazioni di Bion attorno al dolore in Elementi (1963), Attenzione e interpretazione (1970), l' Autobiografia , La memoria del futuro (1977) e Cesura (1977); dal lavoro di Rosenfeld, “Il dolore psichico e le sue relazioni con gli stati ipocondriaci e psicosomatici” (1975); dal lavoro di Betty Joseph,