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Nell'ambito del filone di ricerca tendente ad individuare quelle che possono essere definite le condizioni interne alla logica psicoanalitica perché una teoria possa essere considerata soddisfacente (filone che ha oggigiorno un grande sviluppo, anche in relazione alla discussione sullo statuto della metapsicologia), desidero segnalare un criterio che mi sembra singolarmente importante.
Non si tratta di una novità assoluta, ma di una conoscenza che, anche alla luce dei dibattiti attuali — psicoanalisti e no — può essere valutata ed utilizzata diversamente rispetto al passato. Intendo riferirmi alla possibilità di valutare una teoria psicoanalitica in base alla struttura formale del discorso che la descrive.
L'esempio primo di tale tipo di valutazione — benché si tratti di un primo esempio, come tale ancora più abbozzato che portato a compiutezza — si può rintracciare nelle “osservazioni polemiche” contenute ne Dalla storia di una nevrosi infantile (Freud, 1914). In queste annotazioni esplicitamente Freud segnala l'uso della pars pro toto come uno dei metodi più comunemente usati contro la psicoanalisi. Si tratta qui di uno dei grandi insegnamenti di metodo che Freud ci ha lasciato: tra la possibilità di una teoria semplice ed elegante, ma che non abbraccia tutta la realtà, ed una più complessa e difficile, che però permette di considerare in loto la realtà psichica individuale, Freud indica senza esitazioni quest'ultima. Le “considerazioni polemiche” sono dirette allo sviluppo delle teorie di Adler e di Jung; per questo, forse, sembrano alquanto “datate”. Credo tuttavia che esse abbiano ancor oggi una grandissima attualità, legata appunto alle indicazioni formali che le sostanziano.