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Tu non puoi far uscire il seme
dal terreno. Puoi dargli solo
calore e umidore e luce, e poi
deve crescere. (Se vuoi puoi
tastarlo, ma solo con cautela).
È piuttosto diffusa la convinzione che i casi dominati da problemi narcisistici siano sempre meno rari, ma è anche vero che è molto aumentata la nostra attenzione per questo tipo di patologia e quindi anche l'attrazione che può suscitare in relazione più o meno consapevole col narcisismo stesso dell'analista. Questa particolare risonanza spiega come riescano a “catturare” l'analista persone il cui trattamento determina ben presto risposte controtrasferali spiacevoli, di noia, di inutilità, di esclusione, per lo più in rapporto con la sensazione di aver perduto la capacità di comprendere il paziente, di sentire in modo empatico, di fornire interpretazioni utili.
Se l'analista viene trattato come un oggetto insoddisfacente e fastidioso, o addirittura irritante, vi è però in questi casi un tenace attaccamento all'analisi il cui proseguimento non è mai messo in discussione. Sto pensando a quadri clinici molto simili a quelli descritti dalla Molinari Negrini in “Funzione di testimonianza e interpretazioni di transfert” (1985), cioè pazienti che non tollerano le interpretazioni che alludono alla esistenza di un rapporto fra loro e il terapeuta, pazienti che generano nell'analista la convinzione di poter “offrire solo una rassegnata, annoiata e distratta presenza fisica”.