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Vorrei riprendere in questo testo un punto che ho appena accennato nel convegno di Trieste(1) e in altri scritti precedenti: il punto dei “presupposti impliciti”.
Richiamo brevemente: in quella sede ho parlato di quattro configurazioni-base della parola, che sono: il monologo interiore, il dialogo o colloquio quotidiano (interessante per la microsociologia), il dialogo psicoanalitico, la scrittura come dialogo tra l'Io che scrive e la carta-specchio rivelante che rinvia immagini nascoste nella mente dell'Io che scrive e le rende a lui esplicite mano a mano che si formano.
In questa occasione, voglio fermarmi sui presupposti impliciti della seduta di analisi già indicati come comuni alla scrittura: il campo della parola essendo concepito come un campo in lento movimento, un campo i cui parametri si disvelano a patto che silenzio e attesa sappiano “produrre” il passaggio dal non dicibile e dal non detto al dicibile e al detto: (“produrre” o “lasciare arrivare”? prima biforcazione sensibile); in questo modo cerco di esplorare la mente dell'analista