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Tutti ricordiamo che per Freud accanto allo psicoanalista vi sono l'educatore e il politico a fare una professione impossibile.
La difficoltà di fare da guida lungo i percorsi più incredibili e inesplorati si fa sempre più insostenibile: solo un Virgilio può fare da guida, a patto di avere un Dante che lo riconosca e lo segua. Ma come noi con le nostre capacità dobbiamo produrre una esplorazione terapeutica, così gli Autori di questo libro, rispettivamente professore di psicopedagogia e terapista psicoanalitico di adulti e bambini, devono produrre una comprensibile e convincente esplorazione di contenuti, metodi e processi dell'apprendere a scuola, nelle istituzioni educative.
Dare un'idea di questo libro, della sua complessa trattazione, altamente tecnica e specialistica, esula dalle mie intenzioni e competenze ma, sfogliandolo e fermandomi su certe parti più vicine ai nostri interessi — come il capitolo III, scritto da Maurizio Pontecorvo, su “La dimensione emotiva dell'apprendere-insegnare” — non ho potuto fare a meno di chiedermi fino a che punto la psicoanalisi influenzi la psicopedagogia, e se, a sua volta, e fino a che punto, la psicopedagogia influenzi la psicoanalisi. Nell'introduzione, a pag. 18, leggiamo che dalla ricerca sui processi cognitivi risulta che “le abilità di ragionamento e di pensiero sono legate alla familiarità con il contesto, che le modalità di elaborazione delle conoscenze variano in funzione dell'attivazione di conoscenze pertinenti e in relazione all'obiettivo a cui viene finalizzata l'attività di elaborazione”. La facilitazione operata dalla “familiarità con il contesto” non può non farci ricordare la teoria bioniana delle qualità e funzioni del contenitore, così come “l'attivazione di