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È stato uno dei miei primi allievi dopo il mio ritorno in Italia dall'estero: la guerra era finita da poco. Ricordo il nostro primo incontro. Dopo varie vicende, Bellanova si era decisamente orientato verso la psicoanalisi e desiderava qualificarsi psicoanalista. Si stabilì subito fra noi un cordiale rapporto ed io accettai di assumerlo in analisi “con prospettive didattiche”.
Ma ricordo altresì che in una seduta di analisi, alcuni mesi dopo l'inizio, Bellanova mi disse: “Io non so se diventerò un analista, anche se lo spero: so però di stare facendo l'esperienza più importante della mia vita”.
Pensai allora che, con tutta probabilità, quel mio allievo sarebbe diventato un bravo analista. E così fu.
Piero Bellanova era nato il 5 febbraio 1917 a Sant'Agata d'Esaro (Cosenza). Sua madre, un'insegnante, morì nel darlo alla luce. Fu allattato da varie donne del paese, prima che si trovasse una balia definitiva. Suo padre era un direttore didattico che due anni dopo la morte della moglie sposò l'insegnante che era venuta a sostituirla due anni prima. Quest'ultima era una donna sensibile, fine, intelligente e che amò molto Piero; non ebbe figli e dedicò le sue cure a lui, tanto che egli soleva dire che “la prima mamma gli diede la vita e la seconda l'anima”. Fu lei che lo iniziò alla musica insegnandogli il pianoforte, durante le elementari. Poi, Piero continuò a studiarlo mentre frequentava le medie.
A 17 anni perdette suo padre ancora giovane (46 anni) e dopo la licenza liceale si trasferì con la madre a Roma dove frequentò l'università laureandosi in medicina nel 1941 con una tesi in psicologia. Fin dal 3° anno aveva lavorato al Consiglio Nazionale delle Ricerche con il prof. Banissoni. Non ancora laureato, organizzò vari Centri psicotecnici per la selezione dei militari. Appena laureato,