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“Maestro”, gli dissi, “io non capisco più nulla.”
“A proposito di che, Adso?”
“…Ora sono afflitto dal problema stesso della differenza…”
Dopo una lunga dissertazione di frate Guglielmo sulla differenza tra ortodossia ed eresia, Adso si sente smarrito:
“Ma voi”, gridai quasi in un impeto di ribellione, “perché non prendete posizione, perché non mi dite dove sta la verità?”
Guglielmo per tutta risposta gli mostra, attraverso la lente che sta costruendo, un ferro da lavoro.
“Guarda”, mi disse, “cosa vedi?”
“Il ferro, un poco più grande.”
“Ecco, il massimo che si può fare è guardare meglio.”
Questo stralcio da “Il nome della rosa” mi sembra che fissi in modo esemplare un nodo cruciale del processo psicoanalitico, il riconoscimento della specificità degli oggetti e la sepoltura dell'onniscienza che l'accompagna. Vorrei sottolineare in questo contesto l'invocazione appassionata del giovane monaco-paziente, intessuta di desideri ed emozioni discordanti: in modo particolare la ribellione che segna uno stacco tra i due uomini fondando una dialettica intersoggettiva e la nostalgia potente per un rapporto narcisistico ove vi sia posto per una sola verità e per un solo pensiero che non divida né distingua. Pallier (1984) ci ricorda che è quando la separazione interrompe la fusione che iniziano i processi schizoparanoidi; ma mentre l'A. assume come una meta dell'analisi che la fantasia