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Alla fine, mi sopravvenne la riflessione che, dopo tutto, uno non aveva il diritto di disperare solo perché era stato deluso nelle sue aspettative, ma doveva rivedere tali aspettative (Freud, 1914).
Una paziente, ventiseienne, inizia l'analisi con un pesante fardello di difficoltà se non di smarrimento esistenziale; con una profonda e pervasiva insicurezza che le consentiva solo un adattamento apparente alle necessità del vivere quotidiano. Avendo abbandonato molto giovane la casa della madre, dopo una peregrinazione in case di amici, viveva da alcuni anni con una famiglia conosciuta occasionalmente, in una condizione sorprendentemente confusa. S'era inserita nel ruolo di coniuge del marito, suo ospite, con la moglie di costui convivente in casa, e nello stesso tempo intratteneva rapporti sessuali, era in qualche modo la fidanzata del figlio maggiore dei coniugi. E tuttavia il ménage — gli altri fuori al lavoro e lei occupata in casa — sembrava procedere in buon accordo.
La paziente mi aveva anche comunicato che, alla sua nascita, la madre si era rifiutata di sposare il padre, come questi avrebbe voluto; e che, dopo qualche mese passato in incubatrice essendo lei nata prematura, l'aveva fatta accogliere in un brefotrofio perché fosse adottata. Poi però, quando aveva appena 8 mesi, padre e madre avevano finito per affidarla ad una donna in un piccolo paese lontano dalla loro città, dove lei era vissuta ininterrottamente sino all'età di 9 anni. Fino a quando cioè un giorno, sempre la madre, aveva deciso di riportarla in città, nella casa in cui conviveva con un uomo e i due figli avuti da costui, costringendola a trascurare la scuola e a dedicarsi ai servizi domestici (tra l'altro, dal compagno