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La denominazione di Reazione terapeutica negativa (RTN) fu usata per la prima volta da Freud ne “L'Io e l'Es” (1923).
Precedentemente lo stesso Freud ed Abraham avevano descritto situazioni cliniche che già delineavano il fenomeno. Freud in “Ricordare, ripetere e rielaborare” (1914) aveva posto il problema dell'aggravamento durante la cura e lo aveva messo in rapporto appunto con il ricordare, ma anche come un modo per mostrare all'analista i pericoli del trattamento; egli parla espressamente di “pericoli necessari, ma transitori”; nello stesso anno (1914) nella “Storia di una nevrosi infantile” scrive: “Egli non cedeva infatti mai ad un nuovo stimolo senza fare un ultimo tentativo di rimanere aggrappato all'atteggiamento precedente e ormai svalorizzato… Continuò a comportarsi in questo modo nel corso del trattamento analitico, sviluppando “reazioni negative” transitorie; ogni qualvolta un sintomo veniva definitivamente risolto, il soggetto tentava di contraddire gli effetti del successo terapeutico mediante un aggravamento temporaneo del sintomo stesso. Lo stesso contegno si osserva generalmente nei bambini di fronte alle proibizioni. Se per esempio li sgridiamo perché fanno un fracasso insopportabile, prima di smettere ce lo fanno sentire ancora una volta; ciò serve a far loro credere che hanno smesso di propria volontà infischiandosene del divieto”.
Quindi per Freud il fenomeno è un aspetto “temporaneo” nel processo globale della terapia; forse tale osservazione clinica può aver stimolato la elaborazione teorica di Abraham.