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Quando, nel 1938, decisi di lasciare l'Italia all'inizio delle persecuzioni razziali, scelsi l'India come “terra d'esilio”.
Le ragioni di questa scelta furono soprattutto di carattere filosofico e culturale. Da vario tempo, mi avevano interessato molti aspetti dell'arte, della letteratura e della tradizione speculativa di quell'immenso sub-continente. Avevo ammirato in fotografia gli affreschi di Ajanta, le sculture di Ellora, i grandi templi dell'India meridionale, il Taj Mahal di Agra. Avevo letto le poesie di Tagore e di Aurobindo. Avevo meditato sugli “Aforismi di yoga” di Patandjali e sulla “Bhagavad-Gita”… Manifestai il mio proposito a Ernest Jones, ed egli mi incoraggiò, pur avvertendomi, in una sua lettera, che avrei dovuto svolgere un'attività precipuamente “pionieristica”, poiché la psicoanalisi in India era ancora poco più che agli albori, e a Bombay — dove avevo pensato di stabilirmi — non c'era neppure uno psicoanalista.
In effetti, qualche sporadico approccio alla psicoanalisi l'avevano fatto, nei primissimi quinquenni del secolo, due medici militari, entrambi appartenenti all'esercito inglese: i dottori Daly e Berkeley-Hill. Il primo aveva anche pubblicato qualche lavoro, tra cui una monografia sul “complesso della mestruazione”.
Ma il vero alfiere del movimento psicoanalitico indiano era stato il dottor Girindrasekhar Bose, che già prima del 1920 aveva praticato e promosso un apprezzabile approccio psicoterapeutico ai suoi pazienti “mentali”, e che aveva scritto un lavoro, intitolato “Il concetto della rimozione”, per il quale gli era stato conferito il titolo di “Doctor of Science”, nel 1921, dall'Università di Calcutta.