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“Non c'è nessun modo in cui evitare il fatto fondamentale che si è sempre dipendenti e soli”.
In questo scritto intendo occuparmi di un'area della relazione nella quale è quasi totalmente assente la consapevolezza della esistenza dell'“altro” in quanto individualità definita e separata. Per denominarla ricorro al termine di simbiosi usato nel suo significato più letterale di “vivere insieme”: associazione tra individui che vivono in stretta relazione con reciproco vantaggio.
Il termine, proposto dalla Mahler, mantiene ancora una sua utilità sia per il posto saldamente conquistato nel linguaggio analitico per indicare fenomeni di comune riscontro nella pratica clinica, che per la capacità evocativa. Inoltre, mi sembra molto opportuno il richiamo all'ambito dei fenomeni biologici. Chiarirò in seguito i punti di divergenza rispetto all'uso che ne fa la Mahler.
L'attenzione è posta sulla relazione che unisce paziente e analista, essendo impossibile considerare il comportamento di uno avulso da quello dell'altro e presupponendo che “un'esperienza emotiva avulsa da una relazione è inconcepibile” (Bion, 1972).
Nelle aree che intendo investigare l'aspetto più significativo della comunicazione si fonda sull'utilizzazione dell'identificazione proiettiva (I.P.) che, con la