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Se per un kleiniano scrivere una recensione della biografia di M. Klein non è cosa facile, non lo deve essere neppure per un professore di inglese dell'Università di Toronto scrivere un tal libro, anche se già rinomato biografo del sessuologo Havelock Ellis.
Jones che scrive di Freud, non è solo un principe che scrive del suo re e capostipite, ma uno scienziato che ripercorre le fondazioni e i fondamenti di una nuova scienza per favorirne l'affermazione, compito che gli appare naturale al termine della sua stessa carriera: il suo punto di vista, nel selezionare e usare i dati per il suo tema, è chiaro e univoco. Ma la Grosskurth, evidentemente affascinata dalle singolari controversie e passioni di una donna straordinaria, cui fu in sorte di continuare e sviluppare l'opera di Freud, non avrà trovato, nel considerare il suo tema, una posizione troppo incerta e insicura tra lo scrupolo di documentazione obiettiva e imparziale e il fascino e la seduzione del ‘chiaroscuro’ e della disinvolta inchiesta giornalistica? È immaginabile che l'inevitabilità di un siffatto rischio per una figura e un'opera così controverse abbia distolto dall'impresa — in ogni caso non meno vasta e faticosa di quella in cui fu impegnato Jones — alcuno degli allievi e continuatori di M. Klein, testimoni, almeno nella parte finale, “del suo mondo e della sua opera”. Non si può fare a meno di chiedersi fino a che punto sia utile conoscere la vita privata del genio, della persona di straordinaria creatività. Forse che qualità e difetti di una siffatta persona ci si presentano — anche per nostra suggestione — come attraverso una lente di ingrandimento, oppure dobbiamo vedere che è solo la parte della personalità coinvolta nell'attività creatrice a funzionare in modi eccezionali e straordinari?
Umano, troppo umano, questo titolo di Nietzsche, viene in mente leggendo la storia della vita di M. Klein. Diversamente da Freud, dal dottore che, per curare le malattie nervose, dovette imparare a “capire” le pe