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Queste considerazioni si innestano su un filone di ricerca, a cui stiamo lavorando da alcuni anni, che ha per argomento centrale la “relazione analitica” con particolare riguardo alle sue funzioni trasformative. Il metodo adottato in tale ricerca, che si svolge nella forma di work in progress, comporta un continuo riferimento al nucleo teorico freudiano e si serve dei criteri e delle procedure propri del “modellismo operativo” che consente, come tutti ben sanno, una approssimazione convergente all'oggetto considerato, sia esso un fenomeno o un concetto teorico (Cargnelutti e Cerletti 1981; Cargnelutti 1987; Muratori 1981 e 1987).
Il nostro interesse al tema delle trasformazioni in psicoanalisi fu promosso da un vissuto, provato spesso dall'analista e non sconosciuto al paziente, che oscilla tra due impressioni alterne circa i conseguimenti del lavoro analitico. Nella stessa analisi a volte ci pare che il lavoro stia dando molti frutti e che siano in atto importanti cambiamenti, a volte che nulla stia sostanzialmente mutando.
Questo vissuto attraversa ogni fase dell'analisi e ne accompagna l'iter; di solito non lo si avverte, ma lo si nota ogni volta che si tenti di valutare i “progressi” analitici. È quasi sempre smentito, invece, quando si