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La Scuola di Melanie Klein di G. Bléandounu è un libro che abbiamo molto apprezzato per la completezza e l'onestà con cui affronta un compito veramente arduo: definire i punti chiave della teoria kleiniana, trovando anche gli anelli di congiunzione e i movimenti di passaggio verso gli sviluppi della teoria stessa ad opera dei seguaci della Klein.
Il libro è articolato in modo che alla precisazione del modello della Klein, quale si evince nelle varie epoche, faccia seguito lo studio degli apporti degli autori successivi: da quelli che hanno contribuito all'edificarsi stesso della costruzione kleiniana (co-autori cioè delle opere collettive del 1952 e del 1955: P. Heimann, M. Milner, E. Rodrigué, H. Rosenfeld, A. Thorner, Y. Rivière, Elliott Jacques, H. Segal, R. E. Money-Kyrle, etc.) fino a quelli che hanno traccialo nuove linee. Di questi illustra sia quegli autori (Bion e Meltzer) che hanno determinato anche una “rottura” rispetto al sistema kleiniano, considerando anche con precisione, le loro concettualizzazioni non più compatibili con uno sviluppo lineare, sia quelli che si sono staccati ed hanno proseguito verso altri direzioni (come per es. Milner, Winnicott e Tustin), ed ancora pieno rilievo è dato agli autori che hanno apportato idee “originali”, sia pure in coerente sviluppo con le idee di M. Klein (Bick).
Immediato c'è stato, dopo la lettura del libro, il paragone con il bell'articolo di Bott Spillius, “Alcuni sviluppi del lavoro di Melanie Klein”, apparso nel 1983 sull'International Journal of Psychoanalysis che, se da un lato aiuta a cogliere gli sviluppi kleiniani e il loro nascere dalle idee di M. Klein per quanto riguarda teoria, clinica e tecnica (e che inoltre mostra le attuali linee di tendenza del modello kleiniano con particolare attenzione ai lavori di grande interesse di B. Joseph), dall'altro sembra ridimensionare sviluppi molto significativi come quelli di Bick e Meltzer; per quanto riguarda Bion, l'Autrice ci sembra privilegiare quanto è di de