You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Grazie all'evolversi della teoria e della tecnica e quindi anche alla natura dei problemi a cui cerchiamo soluzione attraverso il lavoro analitico (Gaddini 1984), ci capita con sempre maggiore frequenza di prestare attenzione a forme di comunicazione e vissuti che abitualmente non hanno accesso alla coscienza, di cui più o meno si é sempre riconosciuta l'esistenza come substrato implicito ad ogni relazione, ma che raramente sono stati messi a fuoco come oggetto di indagine, anche per la difficoltà di trasferirli nell'area del linguaggio senza snaturarne le peculiarità.
Mi riferisco in particolare a quelle situazioni in cui ci troviamo risospinti all'interno del corpo, a diretto contatto con i suoi ritmi biologici e la sua fisiologia.
Una delle circostanze che ci ‘costringe’ a questo tipo di esperienza può essere il paziente che viene in analisi, ma non parla, oppure dorme per tutta la seduta, oppure addirittura per lunghi periodi non viene.
Un'altra può essere quella in cui assistiamo alla subitanea trasformazione di qualcosa che dallo stato psichico passa allo stato somatico, o viceversa. Spesso si tratta di dolori, angosce, stati di sofferenza che si