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Nel dodicesimo e ultimo capitolo Meltzer dichiara che il libro ha due autori perché psicoanalisi e arte — in questo caso, critica letteraria — sono così intrecciate l'una con l'altra, quando considerate scienze descrittive, che il loro fondamento è il medesimo: veridicità basata sulla qualità dell'osservazione. Ma l'osservazione, secondo il modello della mente e i metodi di osservazione che Meltzer propone, evolvendoli di libro in libro, l'osservazione della mente e dei suoi misteri diventa ben presto “comprensione”, anzi “apprensione” della bellezza. Il titolo dell'articolo, e del libro pubblicato sette anni fa da Loescher, era “troppo bello per lasciarlo perdere”: esso ricompare come primo capitolo e titolo di questo nuovo libro, che, anche per distinguerlo dal precedente, potrà essere tradotto in italiano con “apprensione” della bellezza. Verrà così trasmesso che la bellezza si afferra con timore, e che dal conflitto estetico che essa suscita si può facilmente recedere o deviare, come Meltzer si propone di illustrare. Ma non è soltanto alla bellezza del mondo e della natura, e della madre — il libro è dedicato a tutte le normalmente belle e devote madri, riprendendo un titolo di Winnicott — che Meltzer si riferisce: seguendo il Virgilio-Bion siamo stati condotti a vedere in modo particolare la bellezza della mente. “La mente è la funzione che generando metafore usa il grande computer [il cervello] per scrivere la sua poesia e dipingere i suoi quadri di un mondo scintillante di significato” (p. 14). La riaffermata unità leonardesca e goethiana di arte e scienza — nella quale sembrerebbe quasi di vedere che l'artistica mente presiede e modula i complicatissimi lavori del meccanico cervello — ha per Meltzer (e la famiglia di Martha Harris) le sue radici letterarie in Shakespeare, Milton, Wordsworth, Keats, quelle filosofiche in Platone, Whitehead, Wittgenstein, Langer, Cassirer, mentre le diramazioni psicoanalitiche vanno da Freud a M. Klein e Bion, e per l'estetica