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Ho l'impressione, accingendomi a parlare di questo singolare libro di Gori, di assumermi un compito, per certi versi paradossale, cioè quello di recensire una recensione.
Tale infatti esso mi è apparso. Dico subito che ciò non sminuisce affatto questa fatica di Gori; al contrario, essendo essa costituita da una analisi nientemeno che di tutti gli scritti di Freud di interesse metapsicologico, essa appare, già di primo acchito, una fatica improba. E Gori ha affrontato questa fatica improba con assoluta probità. Cosa rara in un campo in cui proprio l'improba faticosità di seguire tutto il pensiero di Freud ha portato e porta facilmente ad isolare parti di esso per esercitare su queste critiche le più varie (anche se complessivamente monotone) al di fuori del contesto generale. Gli è che l'aspirazione al minimo sforzo e alla massima “originalità” mette in moto, insieme con l'evitamento, una serie di razionalizzazioni che vanno dalle semplicistiche (sotto l'apparenza sofisticata) critiche “scientistiche” ai triti argomenti di quegli scienziati mancati, che sono taluni filosofi della scienza. All'altro estremo i mistici della relazione d'oggetto rivendicano l'enfatizzazione degli aspetti relazionali, dopo averli scotomizzati negli scritti metapsicologici di Freud (vedi per es. il concetto di Affektbetrag che appartiene al registro economico, demonizzato sia dalla prima che dalla seconda delle citate schiere di critici della metapsicologia freudiana).
Tali “conclusioni critiche” vengono generalmente contrabbandate come il risultato di una attenta e completa lettura dell'opera di Freud e conseguente elaborazione, anche ad usum discentis. Quest'ultimo aspetto finisce per essere, per i discenti appunto, una sorta di “istigazione a delinquere”, non solo nel senso di seppellire il padre fondatore, ma anche in quello di esercitare poi il mestiere con gravi lacune. E sappiamo quanti allievi sono praticamente indotti a saltare in gran parte (o si sentono autorizzati a farlo) la let