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Secondo una proposta di Senise, nel comitato di training di Milano, s'è commemorato Pietro Veltri con semplicità, attraverso il ricordo che ognuno dei presenti che avesse voluto rievocarlo ne conservava. Di Veltri nelle parole di tutti ricorreva, come tratto distintivo, una meridionale signorilità. Devo vincere una certa riluttanza ad usare questa espressione che potrebbe apparire un poco classista; se prescindo però da questa accezione inaccettabile per chi come lui, insigne e illuminato giurista, vivendo un'esistenza solitaria, frugale e discreta, poteva dirsi al di là delle classi, allora devo riconoscere che con essa si riassumono davvero diverse sue qualità: cavalleresca compostezza, senso di misura, rispetto di sé e degli altri. È altrettanto vero che Don Pietro, come lo chiamava affettuosamente Musatti, sebbene immilanesato, proveniva dal profondo e non rinnegato sud e ne portava con dignità e fierezza lo stampo: cortesia, cordialità, bonomia; benché quando necessitasse, e talvolta necessitò, sapesse essere risoluto e intransigente.
I colleghi più giovani non lo conoscevano perché da una decina d'anni, per ragioni di salute, presenziava solo eccezionalmente ai nostri convegni; i meno giovani, invece, lo ricordano per la sua straordinaria diligenza, che lo faceva sentire come un anziano zio celibe, da cui attingere vecchie storie e segreti familiari e insieme consigli, rassicurazioni, incoraggiamenti. Era stato infatti, con Molinari e Fornari, fra i primi allievi di Musatti, il cui Trattato, per la parte che riguarda il sogno, si era particolarmente giovato del personale contributo onirico di Veltri.
Di quello che Veltri rappresentò nell'adolescenza della nostra Società ho già scritto (1), commemorando, insieme con i suoi ottant'anni, i trenta della Rivista di cui fu per tanto tempo l'animatore. In essa si possono leggere dodici suoi contributi e l'ultimo, del '77, per celebrare gli ottanta