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A volte, poco dopo l'ingresso a scuola, accade che il bambino venga descritto come pigro, o indolente, o disinteressato, tonto, finto tonto, stupido. Ma risulta difficile capire (elegante modo per non dire “sono tonto anch'io”) se lo è o se ci fa e perché lo fa. Questo libro porta notevoli contributi a rispondere correttamente al quesito. Il volume nasce dall'attività di un Centro per lo studio dell'inibizione intellettiva, diretto da G. Fara e contiene relazioni presentate a un convegno su questo tema.
Gli autori sono una dozzina, psicologi e medici, alcuni appartenenti alla SPI, tutti vicini al pensare psicoanalitico e allo studio dell'età evolutiva. Al centro dell'attenzione stanno le interazioni tra affettività e pensiero, come le si possono osservare in situazioni cliniche. Come si vedrà, alcuni sviluppano fedelmente il tema, altri si avvicinano all'argomento da campi marginali, e in tal modo completano il quadro. Dato il numero e l'ampiezza delle ricerche, ho preferito soffermarmi su quelle che mi sono parse più prossime al titolo e sorvolare su altre per evitare di tediare il lettore.
Dalla prima definizione di inibizione intellettiva come “difficoltà e a volte impossibilità di usare le capacità intellettuali che pur si posseggono”, parte una lunga serie di riflessioni che porta a questa definizione più articolata: “Difficoltà più o meno grave ad usare le proprie capacità intellettive, in cui il divario tra le prestazioni effettive e le ipotetiche potenzialità virtuali sia inferibile in base ad indizi di sofferenza e di conflittualità attiva riguardo alla zona o alle zone di insufficiente rendimento; gli indizi di sofferenza e conflittualità attiva non sono di solito rilevabili ad un esame superficiale, essendo nascosti da una facciata di indifferenza”.
A. Condini apre il volume portando l'attenzione sul concetto di inibizione prima in generale, poi riguardo allo sviluppo e l'uso dell'intelligenza, infine come sintomo nevrotico. E ricorda l'inibizione dello stes