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Alcuni pazienti chiedono, più apertamente di altri, di essere ricevuti dall'analista “al di là delle parole”, da lui come uomo prima che come psicoanalista (Di Chiara 1985). Fanno appello mi sembra in questo modo ad un'area della relazione che è, secondo Klauber (1981), fondamentale per il cambiamento terapeutico ma “trascurata, perché ha a che fare più con le normali modalità in base alle quali la gente si capisce ed in misura minore con le scoperte rivoluzionarie che caratterizzano la psicoanalisi”.
Si è soliti riferirsi a quest'area come alla “relazione reale” fra analista e paziente, intendendo generalmente qualcosa che non si esaurisce del tutto nel vertice interpretativo e che è proprio peraltro della situazione psicoanalitica. Il tentativo che vorrei fare, con la scorta della teoria attuale degli affetti, è quello di rendere un poco più preciso ed utile questo concetto.
C'è infatti un modo di rappresentarsi il problema che mi pare nello stesso tempo banale e dannoso per alcuni pazienti.
Questo modo consiste nel delineare un analista ideale potenzialmente immobile nella funzione interpretativa, dalla quale esce però qualche volta con