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“Quello che è stato probabilmente il capolavoro di Freud è l'aver consentito ai suoi pazienti (Dora, l'Uomo dei Lupi, il Piccolo Hans) di insegnargli qualcosa e l'averci trasmesso questa conoscenza (…). Anche oggi il progresso teorico dell'analisi è il risultato della cooperazione tra un analista e i suoi pazienti” (M. e W. Baranger 1966).
Abbiamo pensato di introdurre l'argomento di questo articolo con le parole di alcuni pazienti, raccolte in momenti diversi della loro analisi e del nostro percorso di analisti.
Marina: “Ci rimango molto male quando avrei voglia di fare una passeggiata in bicicletta col mio fidanzato, perché mi piace osservare con calma il paesaggio e scoprire insieme nuove stradine fra i campi, e invece lui arriva con la ‘Vespa’ e mi porta in fretta dove vuole lui, togliendomi tutto il gusto del viaggio…”.
Daniele: “Mi sono sentito mortificato quando ieri, tornando in ufficio dopo due giorni di malattia, ho visto che i miei colleghi hanno finito il
lavoro che avevo lasciato in sospeso, facendomelo trovare già pronto sul mio tavolo. L'avranno fatto con le migliori intenzioni, ma io mi sono quasi arrabbiato con loro, invece di ringraziarli. Perché è come se non avessero più contato su di me: non c'era poi tanta urgenza, avrebbero potuto aspettarmi… E poi, era un lavoro di cui mi stavo occupando da tempo, e mi sarebbe piaciuto finirlo a modo mio”.
Carla: “È molto diverso andare a fare gli acquisti con mia madre, che mi sta addosso, non mi dà respiro, vuol decidere per me quello che mi sta bene, oppure con mia suocera, che invece si fida dei miei gusti e del mio senso critico, e mi lascia la libertà di scegliere”.
Licia (insegnante elementare): “A scuola ho dato un compito ai bambini, un compito abbastanza facile, perché trattava di cose che avevo già spiegato bene: i concetti di grande e piccolo, lungo e corto, pieno e vuoto. Invece è stato un disastro: sembrava che non avessero imparato niente. Ma anziché arrabbiarmi, ho provato a chiedermi se c'era q