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Poiché non mi credo capace di stendere una recensione esauriente di un'opera così impegnativa, vasta e multifocale e mi vanto di essere amico del curatore e di molti dei coautori, mi sento un lettore alquanto parziale. Per questo ho accettato di scrivere qualche riflessione su questo Trattato, senza alcuna pretesa di fornire una recensione. Con ciò mi sento intonato con il taglio personale e aperto ad ambivalenze e contraddizioni -possibilmente consapevoli — che sono una caratteristica del nostro lavoro e costituiscono una bandiera del programma di Semi.
Dunque non tenterò nemmeno di costruire una critica organica, ma seguirò, come più mi è congeniale, le mie impressioni di lettore addetto ai lavori, ma non erudito.
La copertina a prima vista è molto gradevole. Osservandola meglio, peggiora. Il titolo di copertina sembra marrone (colore manifesto) derivato dalla combinazione del sanguigno (latente) su carta da zucchero che ne è lo sfondo. Al centro sta una vignetta con enigmi multipli: una sfingedipo stile art nouveau, arte assai pre-edipica, del greco maiuscolo, ma così piccolo che ci vuole la lente, e tutto attorno in rilievo sei spirali (ahi!), o meglio spiraliformi sezioni di ammoniti. A parte Quino, i grafici (in buon italiano: designers) devono ancora trovare il modo per illustrare la nostra materia. Sempre nel frontespizio, in luogo dei fossili, avrei preferito vedere il titolo sorretto da due solide colonne di nomi: quello del curatore assieme a tutti gli autori. Immagino che il design sarebbe apparso diverso: il contenuto avrebbe avuto più importanza dell'apparenza. Ma la psicoanalisi ha bisogno di vestirsi dallo stilista? La preferisco nuda.
Voglio chiarire che, dopo la storica opera di Boringhieri, considero Raffaello Cortina l'editore che in Italia ha pubblicato il meglio della psicoanalisi e che ammiro la sua linea editoriale. La mia è una vecchia discussione con gli stilisti.