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Un lodevole interesse storiografico sta via via producendo interessanti lavori e ci seguita a fornire notizie e stimoli utili alla conoscenza del movimento di pensiero e di prassi al quale apparteniamo.
Di recente è stato pubblicato il volume di Alberto Angelini che ci procura sorprendenti notizie sulla storia della psicoanalisi in Russia, sorprendenti perché finora trascurate ed anche perché solo da poco conosciute.
Infatti, solo da pochi mesi le idee psicoanalitiche hanno iniziato a trovare un parziale spazio nell'Unione Sovietica contemporanea, dove è stata, anche, annunciata la traduzione in lingua russa delle opere complete di Sigmund Freud, in una edizione di 300.000 copie.
D'altra parte, la stessa psicologia sovietica poté svilupparsi sistematicamente solo negli anni che seguirono la seconda guerra mondiale. Tuttavia, la Russia fu, agli inizi del '900, uno dei paesi che accolsero per primi la psicoanalisi. Non solo: la nozione di inconscio era già presente nella tradizione dei filosofi russi ottocenteschi e nella scuola di “psicologia oggettiva”, il cui massimo esponente fu Ivan P. Pavlov. I sovietici attuarono diversi tentativi, storicamente rilevanti, per introdurre il metodo psicoanalitico all'interno di situazioni istituzionali. Perché, a un certo punto, la psicoanalisi scomparve, totalmente, da questo paese e la parola inconscio divenne tabù? Sulla base di documenti e ricerche inedite in Occidente (come numerosi saggi di tema psicoanalitico, pubblicati in Russia negli anni Venti da studiosi quali Fridman, Lurija, Vygotskij, Bychovskij, ecc.), l'autore ricostruisce la felice stagione della psicoanalisi in Russia dal 1910, quando molti medici iniziarono a esercitarla a Mosca, fino alla metà degli anni Trenta, quando scomparve dall'universo culturale sovietico, anche come oggetto di ricerca.