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Tengo a segnalare questo singolare libro di Racamier, che per la sua veste rischia forse di passare quasi inosservato o di essere considerato un'operetta essenzialmente letteraria.
Esso mi è sembrato, invece, un esempio di felice convergenza delle capacità artistiche e di quelle cliniche, dono di cui Racamier aveva già dato precedenti dimostrazioni.
Nell'exergue, del resto, l'autore dedica il libro alla memoria di una fata, alla quale deve l'averlo potuto scrivere.
Già da questi cenni è ovvio che potrò tentare qui soltanto di riportare qualche spunto e di invogliare alla lettura.
Nel preambolo l'Autore ci dice come fu che egli venne a trovarsi sulla via di quella che ci presenta come una nozione nuova: quella dell'Antedipo (con l'iniziale maiuscola se ne indicherebbe una rappresentazione personalizzata).
Come tutti—ci dice—egli credette a lungo che prima dell'edipo, si trovasse soltanto il preedipo.
Ma quest'ultimo non aveva mai fine. Così ci si tuffava nell'arcaico; si arrivava al pre-oggettuale: l'edipo vi si trovava ancora, o vi si trovava già. Si continuava dunque.
Si cadeva nell'anogettuale. Si era appena nati, o forse o piuttosto non si era ancora nati.
Era il caos. E del caos non bisogna abusare.
Ma il merito di Racamier è quello di partire da questi rilievi venati da una ironia stabile, per lavorarci seriamente impegnandosi su quel doppio registro accennato più sopra (clinico-artistico).