You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
La nostra Rivista non è solita segnalare la pubblicazione di un racconto. Ma questo tratta del senso della morte, del caos che l'accompagna, dell'angoscia che risuona su diversi piani. E poi mi piace pensare a quanto siano utili (per pensare) certe piccole collezioni di jüdische Witze, statuette egizie, qualche Dichter e molto Phantasieren. Piccoli oggetti sparsi nelle letture ebraiche. E oltre.
Il volumetto contiene un racconto di 15 pagine, introdotto da
un eccellente commento, con rassegna della critica e inquadramento storico-culturale, frutto dell'approfondito studio e della sensibilità letteraria di Emanuela Trevisan Semi, che qui cito una volta per tutte, pur continuando ad attingere da lei suggerimenti. Mia è l'idea di indicare ai lettori della Rivista una novella e un'esperienza fuori dal comune.
Questo primo racconto di Yehoshua, pubblicato nel 1957 a 21 anni, ha in sé, come un sogno tipico, molti significati possibili e insieme illumina alcuni contenuti universali; li presenta e li collega con tanta polifonica efficacia da spingere a riflettere su fondamentali argomenti.
Vi si narra di un vecchio scrittore, immerso nell'apatia. Da giorni non scrive una parola. Parla con La Signora del primo piano, tanto attiva, quanto lui è apatico. La Signora ha deciso di seppellire il vivace e sanissimo vegliardo che ella ospita da tempo e che le appartiene. Gli inquilini dello stabile sono irritati dal vecchio, che fa tre gradini alla volta e hanno paura di lui. La Signora decreta che sarà seppellito, perché sufficientemente vecchio e non per motivi di interesse. Dice“voglio solo evitare che se ne vada in giro coperto da troppi ricordi che non gli permettono di vedere il mondo che è attorno a lui.” E vuole che lui stabilisca le parole per il suo necrologio.
Il medico lo visita, lo trova sanissimo e ne certifica la morte. Al funerale il vecchio segue a piedi la propria bara vuota, perché “tutta la gente era venuta non per deferenza verso di lui ma per la Signora”. La qual