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Questo articolo, che raccoglie le mie riflessioni attuali, ha ricevuto lo spunto e lo stimolo dal Centro Milanese di Psicoanalisi che mi ha richiesto una partecipazione per una giornata di studi su Freud e la psicoanalisi di oggi. Pertanto l'occasione che i colleghi mi offrivano si è costituita come un catalizzatore, ma anche come uno spazio nel quale incanalare i miei pensieri.
Esporrò pertanto una premessa che può costituire la tesi del discorso che cercherò di fare. La grandezza di Freud non sta soltanto nell'aver tracciato le linee di interpretazione teorica e clinica dell'inconscio, della nevrosi, della malattia mentale, ma di averci lasciato l'invenzione e la scoperta di un indefinibile modo di far lavorare le nostre menti tese alla comprensione dei fenomeni psichici, accumunando in questo anche i nostri pazienti. L'elemento più sottile — che pone la psicoanalisi in quel piano intermedio fra arte e scienza — è che il grado di utilizzazione dello strumento dell'emozione, dell'affetto, della fantasia (la libera associazione) è massimo in chi pratica psicoanalisi, almeno per quanto concerne lo specifico: ascoltare — ascoltarsi — dire e proporre al paziente come apprendere a costruire e ad utilizzare questa funzione. Intendo dire che la situazione analitica congiunge l'esperienza delle emozioni, delle fantasie, del pensiero, del costruire e donare un senso e dell'averne conoscenza. In altri termini, l'avanzamento delle capacità di comprensione dei fenomeni umani, che nel rapporto duale paziente-analista si determina, ha trovato, du