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Questo volume nasce come catalogo di una mostra degli oltre 2000 oggetti d'arte collezionati da Freud, organizzata nel 1989 dalla State University di New York, in collaborazione con il Freud Museum di Londra. Vi compaiono in perfette riproduzioni fotografiche un centinaio di statuette, diversi vasi, qualche vetro, giunti a Vienna da culture diverse: egizia, micenea, attica, campana, romana, cinese, giapponese.
Ora che ho fatto le presentazioni (presentato l'oggetto), inviterei il tollerante lettore ad accompagnarmi in una esplorazione non sistematica di questo notevole volume, che, come si vedrà, può far discutere. Appena sfogliate le prime lucide pagine, subito ho pensato: avevo sempre sognato Freud, come mi era stato proposto, cioè in bianco e nero, invece si può, è addirittura ortodosso, sognarlo a colori! Dapprima, come era accaduto all'uomo dei lupi, mi sono sentito più attratto dalla dormeuse, ricoperta di tappeti e morbidi cuscini di velluto. Poi, ammirando le splendide riproduzioni, ho visto che il Maestro aveva raccolto un certo numero di Sfingi e Edipi, Eros, Artemidi, quasi illustrazioni del suo pensiero e della sua opera. Ma quanta sensibilità per la bellezza, anche per la bellezza manifesta!
Il volume non è solo da guardare. Vi hanno collaborato storici, letterati, storici dell'arte e un analista, Martin Bergmann. Per primo ho letto il suo articolo. Come quando si entra in un salotto mai frequentato, mi sono diretto verso una faccia nota, e forse non è stata buona tattica. Egli sviluppa alcune tesi: l'ambivalenza di Freud per il padre e quindi per la cultura ebraica, passa attraverso la conoscenza (terapeutica?) delle bellezze della Grecia classica, e solo dopo