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(Autistic Barriers in Neurotic Patients. Karnac Book, London, 1986).
La lettura di questo interessante testo mi ha fatto riflettere possibilità sulla che ogni analista ha di individuarsi, di avere una teoria, una esperienza e un modo di lavorare che sia veramente personale. Fatti salvi i debiti di riconoscenza verso i propri maestri, mi chiedo infatti se all'interno del suo studio con i propri pazienti e nel gruppo di lavoro con i colleghi non si potrebbe auspicare che uno psicoanalista (senza essere accusato per questo di negare la dipendenza da chi lo ha psicoanaliticamente generato, accompagnato e sostenuto, né essere automaticamente tacciato di aspirare grandiosamente a far parte del gruppo dei “giganti” della psicoanalisi) cessi alla fine del suo training di essere uno studente ed esprima il suo sapere, la sua sensibilità, la sua capacità di osservazione e magari il suo humour, senza dover scendere forzosamente in campo per fare il solito gioco di squadra. L'Autrice del libro, com'è noto, ha collaborato con vari centri pubblici e privati di Londra e con il J. Jackson Children's Center di Boston negli Stati Uniti. Ha svolto attività di supervisione alla Tavistock Clinic e di insegnamento alla Brunel University, formando numerosi psicoterapeuti infantili.
Frances Tustin mi è sembrata da questo punto di vista priva di remore, cita infatti diversi autori e si mostra interessata alla comprensione dei testi teorici e dei differenti modi di lavorare, ma, contemporaneamente, prende le dovute distanze dai loro metodi e definisce i limiti del suo ambito di ricerca personale senza paura di dichiarare come tali le sue intuizioni personali. Anzi, ci comunica sinceramente come nel cammino lungo la formazione della sua identità psicoanalitica abbia dovuto elaborare l'angoscia di sentirsi irriconoscente e al contempo di tradire i maestri a cui pure sente di dovere molto, come, per esempio, M. Klein, W. Bion e, solo in un secondo tempo, Donald W. Winnicott. Con straordinaria chia