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Fin dalla nascita della psicoanalisi, il setting è stato oggetto di studio e di problematiche riflessioni da parte degli analisti, che ne hanno approfondito sempre più il significato ed il valore. Esso è stato definito da Winnicott (1956) come situazione analitica, costituita dall'“insieme di tutti i particolari che riguardano la conduzione dell'analisi”, al di fuori del lavoro interpretativo. Bleger (1967) preferisce invece includere nel termine “situazione psicoanalitica” la “totalità dei fenomeni inerenti la relazione terapeutica tra analista e paziente” e distinguere in essa un processo (insieme delle variabili) ed un non-processo o setting (contesto costante che comprende il ruolo dell'analista, il complesso dei fattori spaziali e temporali, gli orari, il pagamento, le interruzioni, etc.). Secondo Etchegoyen (1986), per contro, la situazione analitica non è l'insieme di costanti e variabili, ma possiede maggiore autonomia ed ha con il processo lo stesso rapporto che lo stato attuale ha con l'evoluzione della storia clinica. Liberman (1970-1972) distingue il setting dal metasetting o contingenze di carattere sociale che agiscono sul setting dall'esterno (es.: inflazione, festività nazionali, etc.).