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Il titolo di questo mio contributo ha in sé impliciti due concetti essenziali.
1 Nell'emozione — che è complesso fenomeno psico-fisico — c'è pensiero o, detto in altri termini, c'è un'attività cognitiva o proposizionale. Più semplicemente, una persona che ama, che prova sentimenti di amore, ha pensieri di amore; una persona che odia, che prova sentimenti di odio, ha pensieri di odio. Il pensiero fenomenologico — e mi riferisco con ciò ai fondamentali studi di J.P. Sartre — ha colto con chiarezza la presenza di questo elemento cognitivo nel fenomeno emozionale e ne ha chiarito la natura più intima. Si può provare a schematizzarla — adoperando le stesse parole di Sartre (1939) — in tre brevi assunti la cui portata diventerà progressivamente più chiara alla luce delle scoperte freudiane:
“L'emozione è una certa maniera di cogliere il mondo (…); e una trasformazione del mondo”.
“Costitutivo dell'emozione è il fatto che questa coglie sull'oggetto
qualcosa di infinitamente traboccante nei suoi confronti (…); ogni qualità viene conferita all'oggetto solo mediante un passaggio all'infinito”.
“Chiameremo emozione una brusca caduta della coscienza nel magico. O, se si preferisce, c'è emozione quando il mondo degli utensili svanisce improvvisamente e il mondo magico compare al suo posto”.
2 Questa attività cognitiva ha una logica propria che, nei suoi tratti essenziali, si discosta dalla logica che caratterizza il nostro pensiero cosciente, la cosiddetta logica aristotelica, che è alla base del pensiero scientifico e si fonda sul rispetto del principio di non contraddizione, che, con la sua natura eterogenica e dividente, riflette la eterogenicità del mondo. Contro ogni artificiosa dicotomia tra razionale ed emozionale possiamo quindi affermare — in questo primo impatto al problema di tipo fenomenologico — che ogni emozione umana, di qualsivoglia intensità e qualità, ci mette a contatto non con qualcosa di puramente caotico, che si opporrebbe all'ordine puro e alla pura razionali