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“Uno per tutti”. Un titolo che ben sintetizza sia la posizione del ragazzo nella famiglia, quale capro espiatorio e realizzatore patologico dei conflitti non risolti dei genitori, sia la posizione dello psicoanalista, che si pone terapeuticamente al centro delle difficoltà del ragazzo e delle proiezioni dei genitori. Soprattutto con gli adolescenti. Ma molte volte anche con i bambini, non è possibile una terapia analitica individuale nel senso classico della parola: si rischierebbe di lavorare a vuoto, a causa delle componenti familiari che producono e sostengono la patologia da trattare. Mantenere tuttavia un setting il più possibile analitico, pur con la notevole duttilità e adattabilità del terapista in situazioni molto diverse, è cosa certamente non facile. Richiede non solo una notevole capacità tecnica, ma anche un'accurata diagnosi per decidere il tipo di intervento appropriato al caso.
Certo, se l'analista ha esperienza solo di adulti, è più facilmente portato a considerare non analitici certi adattamenti. Nel trattamento psicoanalitico di adulti, di norma si rifiuta il coinvolgimento con i familiari del paziente. Tuttavia, come fa osservare Limentani nella prefazione, la rigidità di approccio è un handicap. Anche con gli adulti può capitare di non poter rifiutare un colloquio ad un familiare insieme col paziente, e non solo in un contatto iniziale, se è il paziente a richiederlo. Ma si tratta di eccezioni.
Invece, se si tratta di adolescenti o di bambini, può essere necessario il coinvolgimento anche di tutta la famiglia. Altrimenti la terapia può non essere fattibile. In questi casi, scegliere se sia possibile un trattamento individuale, o se bisogna decidere per un trattamento familiare, può riuscire assai difficile per uno psicoanalista, che è formato con training specifico, basato su un rapporto strettamente a due, in cui di norma i tentativi dei familiari di interferire sono visti come intrusioni da evitare.