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Una paziente, in analisi da qualche anno, va frequentemente incontro in seduta a brevi ma intense crisi di angoscia. Brusche nell'esordio, in apparenza del tutto estranee alla corrente ideo-affettiva del contesto associativo, il loro sopraggiungere è descritto come un'esperienza di imminente perdita di contatto con la realtà. Segue un sentimento pervasivo di estraneità dall'ambiente e dal proprio corpo della durata di pochi istanti, durante i quali la paziente dice di non riconoscere più gli oggetti usuali e chiede angosciata se essi sono da sempre nel luogo in cui invece ora le sembra di vederli per la prima volta. Nel momento di massima acuzie, la sua visione dello spazio diviene bidimensionale e le accade allora di percepire anche il proprio corpo come se fosse completamente privo di spessore. In questo acme è solita richiedere con insistenza che io parli e in effetti la sua percezione della mia voce è di regola risolutiva delle crisi, del tutto indipendentemente, almeno così sembra, da ciò che io dico.
Non avrei descritto queste crisi di depersonalizzazione, così note a tutti gli analisti e così frequenti soprattutto nelle fasi iniziali di