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L'approfondito studio di M. Klein sull'invidia, nei suoi fondamenti innati inconsci e primari, non ha avuto predecessori tra gli psicoanalisti, ma semmai tra gli artisti e gli scrittori. Freud aveva però parlato in Analisi terminabile e interminabile (1937) di impenetrabile resistenza a ogni cambiamento e all'effettiva terminabilità dell'analisi, costituita dall'“invidia del pene” o mascolinità nella donna, accanto alla “protesta maschile” o passività e femminilità nell'uomo: imputabili — anche se su questo non è esplicito — a quote libere di pulsione distruttiva e, in ultima analisi, di sadomasochismo. Quasi contemporaneamente Joan Rivière (1936) aveva trovato l'invidia al centro della reazione terapeutica negativa. Abraham pensava che invidia e ostilità operassero allo stadio sadico-orale, ma fin dal 1919 aveva imputato all'invidia una particolare forma di resistenza nevrotica al metodo psicoanalitico in pazienti esasperanti che non rispondono agli sforzi e alla piena capacità dell'analista e rimangono fermi. Sull'invidia come fonte di impenetrabile resistenza e di reazione terapeutica negativa gli psicoanalisti si trovano d'accordo, ma sulle sue fonti innate e primarie, esplorate e illustrate