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La natura di questo libro (1) si manifesta appieno, è mia impressione, già nel lavoro che richiede a chi si proponga di recensirlo. Perciò credo di dover giustificare brevemente la forma insolita che ha preso il commento che segue.
Una vecchia tesi contrappone il dialogo alla scrittura. Quest'ultima, sostiene Platone, serve tutt'al più come un inventario per fissare le cose raggiunte per altra via, magari quando la memoria comincia a venir meno. Infatti “questo ha di terribile la scrittura (…) come le creature della pittura ti stanno di fronte come se fossero vive, ma se domandi loro qualcosa, se ne stanno zitte, chiuse in un solenne silenzio (…) esse continuano a ripetere una sola e medesima cosa” (Fedone). Perciò lettori diversi tendono a trarre dal medesimo testo cose differenti (Protagora). Il sapere “ipomnematico” quindi serve massimamente a retori e sofisti, per i quali gli scritti