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L'Autore, psichiatra da tanti anni nei servizi psichiatrici pubblici dell'Emilia, ci consegna un testo nel quale il mito di Narciso è percorso in ogni direzione, a partire dai contributi di poeti e filosofi, etnologi e psicoanalisti, teologi e mistici, romanzieri e pittori. Contributi, voglio subito dire, che seppur spesso ripresi con caparbietà financo eccessiva, facendo correre il rischio di stornare l'attenzione dal corso centrale dell'argomentazione, mi paiono fondamentalmente usati come alimento della riflessione propria dell'autore, piuttosto che esaminati come progetto di definizione critica dell'apporto di ogni disciplina e, all'interno di essa, dei diversi autori.
In altri termini, l'approccio è sistematicamente all'insegna del mito e della favola, più che dell'elaborazione teorica, ed è proclive a seguire “repentini rovesciamenti logici” e a cogliere “l'ambiguità e l'equivocità” dell'animo e della condizione umana. Tant'è che subito Narciso è visto anche, se non soprattutto, come simbolo dell'“orgogliosa volontà di conoscenza”, dell'inesausta curiosità e dell'“aspirazione alla totalità” che rifiuta il limite.
Il primo limite del quale l'Autore disserta è quello del sesso: attraverso la ripresa dei mille segnali del desiderio e dell'illusione degli uomini di procreare, viene affrontato il tema della bisessualità, che fra l'altro si esprime nel rispecchiamento di esseri molto simili, come i gemelli: la versione del mito che diede Pausania, secondo il quale il pianto e la morte di Narciso esprimono il dolore disperato di vedere nell'acqua null'altro se non la propria immagine e non l'amata sorella, trova riscontro, nell'era moderna, nel riconoscimento reciproco di Agathe e Ulrich nel musiliano L'uomo senza qualità, dove l'incesto esprime l'illusione del ricongiungimento delle due parti, maschile e femminile (ed io aggiungerei, ad accrescere l'ambiguità, la passione di Pierre per la sorellastra Isabel, per via della somiglianza al padre, nel melvilliano Pierre).