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Greenson (1969) racconta di un paziente al quinto anno di analisi il quale, ricevuta una interpretazione dell'analista, con qualche esitazione disse che aveva una cosa da aggiungere. Era una cosa difficile da dire, tanto che avrebbe voluto rimandarne indietro il pensiero, quando si era reso conto che questo appunto continuava a fare da anni. Il signor K. fece un profondo respiro e disse: “Lei parla sempre un po’ troppo, tende ad esagerare”. Poi aggiunse: “Sarebbe molto più facile per me arrabbiarmi, dirle che lei vaneggia, che è fuori strada, o magari non risponderle affatto. Invece mi è terribilmente difficile dirle quello che penso, perché so che questo potrà urtare i suoi sentimenti”. A questo punto l'analista, ormai giustamente incuriosito del perché per il paziente arrabbiarsi sarebbe stato più facile che dire il proprio pensiero, venne a sapere che arrabbiarsi costituiva il modo attraverso il quale una sorta di sottomissione era agita nella seduta. L'analista, infatti, non si sarebbe