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I temi dell'ecologismo e dell'ambientalismo appartengono a un'area interdisciplinare cui con grande interesse potrebbe affacciarsi la psicoanalisi: le istanze riparative così come le forze distruttive dell'uomo sono suo campo di interesse primario. Il problema ambientale, con tutta la sua carica di angoscia, è, però, in primo piano da un paio di generazioni soltanto, mentre dobbiamo ipotizzare che la distruttività umana (a meno di non accettare un mito rousseauiano) non sia granchè cambiata. I nostri antenati hanno, come è noto, perpetrato distruzioni ambientali gravissime e, tuttavia, un'indagine che prenda in considerazione solo i fattori distruttivi della psiche non può che essere parziale.
Nell'ottica appassionata e preoccupata di Cirincione, la visione storicistica, così come il dibattito sull'eticità della ricerca scientifica e tecnologica, o quello, per altro ormai datato, sulle “due culture” svaniscono di fronte a una descrizione della distruttività umana protagonista di un attacco mortale all'ecosistema, uomo incluso. Ne consegue un affresco dalle tinte estremamente cupe, dovute non tanto alla valutazione della situazione attuale — che può, purtroppo, essere condivisibile — quanto alla mancanza di speranza, vale a dire alla totale cancellazione delle forze libidiche dal gioco.
L'Autore — cui va il merito di aver affrontato un tema sostanzialmente inedito per la psicoanalisi — definisce “delirio di negazione” quello con cui gli indifferenti o, peggio, i collusivi tentano di ridimensionare il problema ambientale. E anche qui, fino a un certo punto, si può essere d'accordo. Ma non fino al punto di cadere in un'altra negazione: quella delle forze riparatrici o, almeno, dell'esistenza di una lotta che non è necessariamente dettata da autoillusione, ottimismo volterriano o “riformismo” limitante. Chi scrive questa recensione ritiene che, se è possibile districare un filone psicoanalitico nell'intrico di fattori economici, politici, culturali,