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Nella clinica e nella teorizzazione Freud continuamente fece la spola fra il registro “idiografico” e quello “nomotetico” (Rapaport). Anche nel lavoro di concettualizzazione egli lasciò spazio al momento giocoso della fantasia: in Analisi terminabile e interminabile afferma la necessità di invocare l'aiuto della “strega”: tale è la duplice natura della metapsicologia, che oggi rischia appunto di finire bruciata, di essere processata come eretica, per discordanza dalla clinica. Quest'ultima viene configurata da due categorie di inquisitori secondo un estremo accento sull'ineffabilità se non addirittura la impensabilità della esperienza analitica; e, rispettivamente, secondo una mira di massima “obiettivazione” del campo psicoanalitico. Entrambe queste posizioni mal si prestano a continuare pazientemente quella spola fra esperienza e teoria che è preziosa per il progresso di entrambe.
In questa situazione non stupisce che si moltiplichino i tentativi di allontanare gli spettri di scissione del gruppo psicoanalitico attraverso vari stratagemmi: così il prospettare una sorta di “extended metapsychology” (Meltzer); così l'invocare una “teoria clinica” più o meno implicita e più meno comune alla base di una prassi che, pur nelle estreme diversificazioni, conserverebbe pur tuttavia sufficienti elementi comuni per far reincarnare nella psicoanalisi il mistero della trinità…
A questo punto — per occuparci qui solo del versante più in auge — sembra in effetti sommamente opportuno cercar di uscire (pur con tutto il rispetto per essi) dall'aura dei misteri, atti a rafforzare l'indulgenza per il modello mistico. Questo, attraverso personaggi sedotti e seducenti, tende a conquistare spazio in psicoanalisi utilizzando fra l'altro una estrema idealizzazione del setting. Con ciò mi sembra si imbocchi una strada che si discosta molto da quella percorsa da Freud. Cerchiamo di vederne il perché. Egli, nel suo