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Nata come branca della teologia speculativa, originariamente legata all'interpretazione dei testi sacri dell'età patristica e quindi alla critica testuale, l'ermeneutica (o teoria dell'interpretazione) ha origini antiche e mitiche. Il termine deriva dal greco
che significa: “spiego, interpreto, traduco, faccio capire il pensiero, dichiaro, espongo”.
Nell'accezione mitica, accreditata dallo stesso Heidegger, esso indicherebbe la comunicazione del volere degli dei ai mortali ad opera di Hermes. E ciò, nella spiegazione di Ebeling e Kerényi, in quanto la parola “ermeneutica” conterrebbe in sé il nome del dio messaggero (Kerényi 1963). In realtà il termine è stato introdotto all'inizio del XVII secolo per descrivere la procedura dell'interpretazione dei testi. L'ermeneutica, in quanto esercizio trasformativo e comunicativo, si contrappone da sempre alla teoria come contemplazione di essenze eterne, non alterabili da parte dell'osservazione. Ed è soprattutto a questa dimensione pratica che deve la sua qualificazione tradizionale: arte dell'interpretazione come trasformazione e non teoria come contemplazione. Tra i vari ambiti in cui si esercita, elettivo, ma non esclusivo, è stato quello dei testi che hanno un valore canonico