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Nella trama di ogni analisi potremmo rintracciare il filo di una storia non scritta e spesso misconosciuta nella domanda del paziente: chi è realmente questo analista? Potremmo seguire l'affinarsi delle sue capacità intuitive e percettive e della sua attenzione per poter dare una risposta il più vicina possibile al cuore di questa sua fondamentale domanda. Non possiamo certo disconoscere la grande forza di legame e di trasformazione insita in questo lavoro del paziente volto a conoscere cosa realmente sente e pensa l'analista nei suoi confronti. “(…) È difficile per l'analizzando enucleare (…) il pensiero in sé dell'analista su di lui (…). Perché le interpretazioni e costruzioni dell'analista non sono che una messa in forma del nostro più profondo e nascente modo di essere, in quanto analizzandi, e quindi il pensiero dell'analista ha a che fare con la nascita di un ulteriore frammento della nostra identità” (Hautmann 1987). Difficile, ma inevitabile, se le possibilità di trasformazione del paziente si fondano su ciò che l'analista realmente sente e pensa di lui (Searles 1965). Gli psicoanalisti sono arrivati a comprendere che