You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
In una nota recentemente pubblicata su questa stessa Rivista Emilio Servadio (1991), rileggendo analiticamente L'infinito di Leopardi e ricordando di lui taluni tratti della biografia e del carattere, si domanda se non sia “troppo ardire (…) ravvisare nell'“ermo colle” un seno materno, a partire dal quale tutto l'esistente diventa soavità ineffabile”. In cortese dissenso, mi pare che quella ipotesi interpretativa, lungi dal peccare di troppo ardimento, mostri semmai il difetto opposto: quello di non far correre al suo Autore alcun rischio di smentita (né di procurargli possibilità di conferma…). Abbiamo, invero, il diritto di attenderci che le interpretazioni siano “ipotesi in attesa di verifica, conferma o confutazione” . Ci domanderemo dunque se l'ipotesi “ermo colle = seno materno” abbia quei requisiti che Freud (sorprendentemente “popperiano”!) richiedeva alle costruzioni interpretative. Detta ipotesi dovrebbe allora produrre nel lettore leopardiano, quale segno di conferma, una sorpresa (“A questo non avevo mai pensato”), con l'effetto di un ampliamento della comprensione e della felicità del testo, oppure un rifiuto ostinato, indizio di resistenza; o, per segno di smentita,