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In quella seduta il clima emotivo rischiava di divenire incandescente: fin dall'ingresso la paziente aveva cominciato a stuzzicarmi, a provocarmi, ad accusarmi di mie intenzioni inesistenti, e tutto ciò in assoluto contrasto con quanto detto e vissuto nelle sedute precedenti. Sentivo la rabbia crescere dentro di me, mi rendevo conto che avrei dovuto potermi controllare ma temevo di non riuscirci abbastanza, e alla fine, con tono di voce un po' alterato, le chiesi il perché di quell'attacco ingiustificato. Negando l'evidenza, disse che ero io che la stavo attaccando, come suo padre quella volta in cui la tensione era cresciuta talmente tra loro che lei svenne e a lui venne la febbre a 40 gradi. Da allora i sintomi agorafobici della paziente si attenuarono e in pochi mesi scomparvero, al punto che cominciò a viaggiare e andò a vivere da sola. Credo che in quel caso riuscimmo a raggiungere una comunanza emotiva destrutturante che si riferiva a livelli molto antichi e profondi, che avevano agito nella scena col padre, della cui morte la paziente si accusava, ripetendo emozioni precedentemente vissute.