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Zapparoli è uno di quegli psicoanalisti la cui originalità non si basa né sull'ignoranza, né sulla rimozione, né sulla distorsione dei testi freudiani, bensì su una profonda riflessione che poggia da una parte su di essi (e su una dettagliata conoscenza dei contributi significativi in tema di psicosi), dall'altra su di una ormai pluridecennale esperienza di prima mano con i “veri” psicotici e con gli “operatori” che ruotano attorno ad essi.
Ne sono scaturite una serie di opere, dense anche se di mole contenuta, che sono di notevole interesse non solo per gli addetti ai lavori, ma anche nel panorama culturale generale.
Zapparoli non è nuovo ad operazioni che, come questa, partono dal materiale clinico e dalla realtà sociale dell'assistenza psichiatrica, ma che affrontano un tema monografico anche da un punto di vista generale: così nel 1979 la paura e la noia, nel 1987 il segreto. Si sa che, un po' paradossalmente, nonostante il “normale” contenga il “patologico” (nel doppio significato di comprendere e di esercitare una contenzione), lo studio di quest'ultimo, condotto correttamente, può fornire maggiori contributi alla conoscenza del primo che non viceversa.
Il campo scelto da Zapparoli nell'attuale lavoro riveste un notevole interesse anche per la sua attualità, che riguarda entrambi i termini: il tradimento e la paranoia. Quest'ultima è una parola che nel linguaggio corrente è stata presa a prestito da quello psichiatrico per indicare genericamente una tendenza da parte di individui o gruppi verso un'eccessiva o irrazionale sospettosità e diffidenza nei confronti degli altri. Ne risulta una connotazione che si porta dietro il marchio di una vaga morbosità che contribuisce più ad oscurare che non a chiarire il concetto.
Se l'immagine di una continuità fra “normale” e “nevrotico”,