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Nel n. 3 della “Rivista di psicoanalisi” il dott. Gino Zucchini ha criticato un mio tentativo d'interpretazione psicoanalitica della poesia L'infinito, di Leopardi, e ne ha proposta una sua. Il metodo analitico-esegetico di Zucchini mi ha talmente colpito, da indurmi a considerare analogamente un'altra celebre poesia leopardiana: il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia.
Ho pensato per un momento che il “pastore” indicato nel titolo potesse essere un pastore protestante. Dopo tutto, molto dell'opera leopardiana è “protestatario”, e non va dimenticato che Freud ebbe una lunga corrispondenza col pastore evangelico Oskar Pfister!
Ma poi mi è apparso sin troppo chiaro che i pastori protestanti non vanno “errando” nell'Asia, o altrove: stanno a casa, o in chiesa, e pensano ai familiari, o ai fedeli.
Sono passato perciò subito alla poesia; e mi è risultato evidente che sin dai primi versi, il povero Leopardi abbia voluto manifestare una comprensibile esigenza scopofilica (o, detto volgarmente, di voyeur, o “di guardone”). Infatti, se si dovesse prendere alla lettera