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Il recente saggio di Emanuele Severino, e non meno l'acuta lettura proposta da Giuseppe Pontiggia (Corriere della Sera, 19.09.92), si pongono come una stimolante novità nell'attuale panorama filosofico italiano per la profondità della visione sviluppata da entrambi.
Mi pare che la critica portata da Severino in “Oltre il linguaggio” mostri la crisi dell'ermeneutica, sistematizzata a suo tempo da Dilthey, come ci viene ora riproposta da Gadamer e da Ricoeur al seguito di Husserl e Heidegger. In sostanza, mi sembra che tutti questi autori tendano a proporci la “lettura” della vita come se fosse un “testo” letterario ad una dimensione. Al di là della maggiore stratificazione mostrata dall'indagine ermeneutica, questa stessa proposta mi sembra portata avanti anche da Chomsky e da Eco, tra gli altri.
Qui invece, tanto Severino quanto Pontiggia mostrano la reale sovrapposizione tra chiaro pensiero e sensazioni suscitate nel lettore da un testo sia esso letterario o filosofico. Addirittura viene suggerito che il “pensare” si contrapponga ed ostacoli le sensazioni propagate