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Franco Fornari ci era ben noto nella sua ampia e feconda produzione scientifica: ogni analista rimpiange la sua prematura scomparsa. Meno nota (o forse meno accetta?) era agli psicoanalisti la parte della sua opera che vedeva la psicoanalisi impegnata sul fronte delle istituzioni, ed in una politica culturale, universitaria, soprattutto. Fornari aveva portato la psicoanalisi nelle aule universitarie, non solo come insegnamento, ma come strategia mirata di docenti che fossero anche psicoanalisti (cosa non facile nell'università italiana) e con una precisa politica culturale rivolta alle istituzioni pubbliche. Egli infatti prospettava la creazione di strutture pubbliche (vedi il suo progetto del “Polipsichico” come equivalente del Policlinico o del Politecnico) non solo assistenziali, terapeutiche, ma anche e soprattutto a livello della ricerca e dell'intervento psicosociale. Nel suo progetto la psicoanalisi veniva chiamata a diventare un servizio per l'utenza comunitaria: e ciò inteso non solo e non tanto come possibilità di tutti di accedere ad un aiuto terapeutico, ma soprattutto come intervento programmato direttamente nel sociale e nel politico. La psicoanalisi, con le prospettive di ricerca che egli andava sottolineando, avrebbe dovuto diventare uno strumento da usare non tanto sui singoli che lo richiedano, quanto sulla comunità civile di tutti gli esseri umani.
Sulla scena culturale generale, Fornari era inoltre noto, politicamente, per aver fondato un centro di ricerche psicoanalitiche sulla guerra, sulla pace, sui problemi dell'aggressività umana, in un'epoca — quella atomica e delle contrapposizioni dei due blocchi nucleari USA/URSS — critica per tutto il mondo; in quegli anni in Italia accadevano i grossi mutamenti sociali seguiti al '68, e l'Istituto di Polemologia di Fornari aveva una grossa risonanza.
L'opera di Fornari, nei suoi aspetti più politici, è stata troppo