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Per chi ama l'acribìa filologica (e conosce il tedesco) ecco questa ultima fatica di Ilse Grubrich-Simitis. È noto come la filologia non susciti di solito molto entusiasmo tra i colleghi, associata com'è, in genere, a mediocri analità, biblioteche polverose, piccoli sadismi e puntigliosi piaceri accademici… Eppure questo è un libro che speriamo veder presto tradotto in italiano. Si inserisce ottimamente nell'ampio dibattito in corso intorno al problema delle traduzioni di Freud (dell'opera di Freud non esiste a tutt'oggi, come è noto, una completa edizione critica). Il problema, si sa, va ben al di là della pignoleria filologica; tant'è che è stato sostenuto, forse un po’ estremisticamente, che, in una certa misura, ogni tradizione psicoanalitica locale ha “costruito” ampiamente après coup il suo proprio Freud. Per far solo un esempio tra i più noti, basti pensare proprio alle enormi implicazioni dell'estensione francese della nozione di Nachträglichkeit (l'aprés coup, appunto). Il problema è, sappiamo tutti, molto complesso. Ma, dopo chilometri di opere aperte, semiosi illimitate e teorie della ricezione, la Grubrich-Simitis, che lavora direttamente sui manoscritti freudiani (di cui dà ampia illustrazione) ci richiama, in maniera un po’ teutonica, ai limiti dell'interpretazione e ai diritti del testo originale. Lasciando ovviamente impregiudicati tutti i problemi teorici del dopo Freud e dell'uso di Freud che ciascuno, per conto suo, decide di fare, a partire oppure no dai molti fili e dalle diverse possibilità del suo discorso.
Il lavoro fornisce, oltre alla storia delle successive edizioni, al panorama sui manoscritti e a considerazioni e consigli su una possibile edizione critica, un'immagine diretta assai interessante del Freud scrittore, che sfata alcuni stereotipi. Indispensabile per gli appassionati del genere (Francesco Barale)