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Questo libriccino è, innanzitutto, una lettura piacevole. Operetta quasi giovanile, testimonia di un interesse per il tema che durerà poi praticamente per tutto l'arco della produzione scientifica di Kant. Se l'anno successivo, in Sogni di un visionario chiariti coi sogni della metafisica, Kant scherzosamente assimilava le visioni del mistico Swedenborg al pensiero metafisico (l'assonanza con la similitudine freudiana tra le costruzioni analitiche e quelle deliranti è inevitabile), qui rivendica la possibilità di pensare le malattie della mente in un'ottica non esclusivamente deterministica e fisicalista, ma anche culturalista (e impregnata di rousseauismo). Kant evita di pronunciarsi “sulla radice ultima” di tali “tristi malattie” (probabilmente somatica, forse più digestiva che cerebrale: in fondo del problema di una corretta e armoniosa digestione e metabolizzazione dell'esperienza sensibile, in generale, si tratta); ci fornisce tuttavia una sua arguta e straordinaria nosografia (“a imitazione dei medici che credono di essere stati molto utili al paziente per aver dato un nome alla malattia”) e conclude proponendo una sua idea di terapia combinata: al medico si affianchi, nella cura di tali mali, il filosofo, “il quale potrebbe prescrivere una corretta dieta dell'animo purché non chieda, per questo, come per la maggior parte delle sue altre occupazioni, di essere pagato”. In cambio il medico potrebbe assistere a sua volta il filosofo, “se questi talvolta tentasse la grande ma sempre vana cura della pazzia”, magari tra i suoi colleghi. Nel caso, ad esempio, ci si trovi a fronteggiare dotti particolarmente “urlatori”, scrive Kant, “potrebbe essere preso in considerazione se certi purganti, presi in forte dose, non debbano riuscire di giovamento. Dato infatti che, secondo le osservazioni di Swift, una cattiva poesia è soltanto una purga del cervello per mezzo della quale vengono eliminati umori molto dannosi a sollievo del poeta malato, perché una arzigogolata argom